Le Alpi e la storia dal 1938 e il 1945

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[Resa della guarnigione fascista. Pontechianale, Piemonte, 1945. Coll. Istoreto]
La “Memoria delle Alpi” è un progetto che nasce dall’intesa tra istituzioni territoriali e culturali delle regioni transfrontaliere di tre Paesi – Francia, Italia, Svizzera – che propongono di considerare le Alpi, dal Mar Ligure al Cantone Ticino, come un unico, vasto «museo diffuso» nel cuore dell’Europa.

Una frontiera «mobile», come è stata definita, permeabile ai passaggi di uomini e di idee, ma in grado di salvaguardare spazi di culture autoctone, indipendentemente dai confini politici e militari ridisegnati nel corso dei secoli.
Considerata in questo contesto assai ampio e in una dimensione di lungo periodo, la storia del periodo 1938 (emanazione delle leggi razziali in Italia) – 1945 (fine della II guerra mondiale) rende evidente quanto abbiano inciso la geografia stessa e la cultura delle regioni alpine in rapporto alle persecuzioni politiche e razziali, alle vicende belliche, ai movimenti di resistenza militare, politica e intellettuale.
La partecipazione al progetto di Paesi che in tali vicende ebbero ruoli diversissimi – di aggressore (l’Italia), aggredito (la Francia), neutrale, ma non senza un forte coinvolgimento per l’imponente richiesta d’asilo (la Svizzera) – consente un approccio comparativo di enorme portata, che metterà in luce differenti punti di vista storiografici e museografici, con grandi potenzialità di apertura concettuale e di scambio di esperienze.

Moltissime le risorse da guardare con attenzione. Ve ne citiamo solo alcune.
Nell’Area multimediale si può accedere alle gallerie fotografiche (immagini e foto, organizzate in gruppi, sui temi legati alla Cultura Materiale, alla Resistenza, alla Liberazione, alla Guerra Mondiale e altre occasioni celebrative o rievocative sulla memoria storica transfrontaliera), alla galleria audio (area dedicata alla presentazione di file audio in formato mp3 contenenti importanti testimonianze legate al tema della Memoria delle Alpi e della Resistenza) e all’area videodocumentari e videointerviste (area dedicata alla presentazione di filmati o documenti video sui temi della Cultura Materiale, della Resistenza e della Memoria delle Alpi).
La biblioteca virtuale permette l’accesso accesso a studi, ricerche, libri, riviste, documenti e altre pubblicazioni attinenti al tema della Memoria delle Alpi. Tra i molti progetti interessanti, vi segnaliamo: Donne nella deportazione piemontese (database consultabile in rete) e la bancadati del Partigianato Piemontese che raccoglie 91.847 nominativi tra partigiani combattenti, patrioti, e benemeriti piemontesi

2 commenti

  1. EDUCARE ALLA MEMORIA
    Ricordare o dimenticare?
    Memoria, identità e speranza.

    Elaborato di ricerca tratto dall’intervento di Brunetto Salvarani al Convegno Internazionale Ricordati di ricordare. Fammi ricordare, discutiamo insieme(Is 43,26) 25/26 Ottobre 2003 presso il Teatro Gonzaga di Bagnolo in Piano (RE)

    di LAURA TUSSI

    Un’interpretazione biblica sostiene che “se non ci fosse la dimenticanza l’uomo penserebbe continuamente alla propria morte”, non costruirebbe case, non si affaccenderebbe, non parlerebbe con gli altri e neppure amerebbe nessuno: perciò Dio ha posto nell’uomo la dimenticanza. Perciò un angelo è incaricato di insegnare al bimbo, cosicchè non dimentichi nulla, ma un altro angelo è incaricato di chiudergli la bocca perché dimentichi quanto aveva imparato.
    La tradizione è perennemente sospesa nella scelta non di rado traumatica tra memoria e oblio. Parafrasando la litania dei tempi nel capitolo terzo del Qoelet si dovrebbe avvertire che esiste un tempo per fare memoria ed un tempo per astenersi dal ricordare. Il tempo della memoria si esplica perché quanto è accaduto non abbia mai più da accadere. Vi è un tempo dell’oblio per non vedersi inchiodati ad un passato che va superato e messo in discussione, per non farne un idolo pericoloso e dogmatico. Esiste un ricorso retorico all’appello alla memoria, oggi, molto diffuso. Si tratta di un riferimento spesso appunto puramente celebrativo, ornamentale, privo di reale mordente e scadente persino nel linguaggio adottato. E si presenta il rischio di diffondere talvolta in buona fede, la convinzione di una necessità di pacificazione sociale ottenuta al prezzo della smemoratezza, giungendo al punto di occultare le fonti storiche o di riabilitare i colpevoli trovando una colpa nel crimine. La memoria è un esile filo interiore che ci tiene legati al nostro passato, quello individuale, quello familiare, quello della società civile di appartenenza, in quanto risulta faticoso vivere in modo fecondo la relazione con il proprio passato, dato che si corre sempre il rischio di rimanere prigionieri di ciò che è trascorso, incapaci di superarne gli errori, ma anche subentra la tentazione di spezzare ogni vincolo con il passato, come se fossimo i primi abitatori di questo pianeta. Bernardo di Chartres, con un’immagine ormai celebre, diceva che gli uomini sono nani che camminano sulle spalle di giganti, che, fuor di metafora, sono le nostre storie, i successivi e contradditori volti del passato. E’ necessario il coraggio della memoria e non il culto asettico di quanto è accaduto. Comunque non tutto va ricordato in ogni momento di quanto ci è accaduto in termini di male, di sofferenza, di vicende traumatiche. Esistono avvenimenti di tale straordinaria complessità e grandezza che non li si dovrebbe ricordare in ogni momento, ma non li si dovrebbe nemmeno dimenticare: la Shoah è uno di questi accadimenti. La commemorazione rituale non solo è di scarsa utilità per l’educazione della popolazione quando ci si limita a confermare nel passato l’immagine negativa degli altri o la propria immagine positiva. Essa contribuisce anche a sviare la nostra attenzione dalle urgenze presenti, procurandoci una buona coscienza con poco investimento. La ripetizione lancinante del mai più questo, all’indomani della prima guerra mondiale, non ha impedito l’avvento della seconda. La memoria in crisi del secolo breve risale a partire dalla considerazione notissima, di solito citata anche in apertura di ogni riflessione, sulla rinascita della “Teologia narrativa” di Walter Benjamin. La caratterizzazione di questo secolo è appunto la problematicità, la difficoltà e addirittura l’impossibilità di scambiare esperienze e, a partire da questo, evidentemente, una messa in crisi forte della possibilità della memoria. La memoria in disfacimento può essere rappresentata dalla figura ripresa dallo stesso Benjamin del reduce dal fronte della prima guerra mondiale che torna a casa, ma non è in grado di proferire quanto gli è accaduto, perché l’esperienza, le emozioni belliche sono state troppo forti per lui e non trova le parole adatte per tradurle adeguatamente. Accanto al reduce dal fronte si può porre una figura letteraria di Borges, un racconto paradossale secondo cui un ragazzo dell’Uruguay, dopo una brutta caduta da cavallo, è condannato a rimanere paralizzato. Ma, per una sorta di compensazione, egli acquista la memoria di tutto ciò che è successo lungo la storia del mondo. Una memoria totalizzante e omnicomprensiva e proprio per questo inservibile, un deposito di infinito. Il reduce dal fronte e il ragazzo uruguayano sono emblemi dell’atrofizzazione dell’esperienza che rappresenta il tratto caratteristico della modernità, alla base della crisi della memoria, perché subentra un cambiamento incessante dal momento che non appaiono più configurabili né una tradizione, né una memoria collettiva e quindi punti di riferimento comuni e condivisi. Il reduce e il ragazzo sono i simboli contrapposti di un’umanità dalla voce inceppata, incapace di fornire storie di salvezza, impossibilitata a scrollarsi di dosso le ruggini della guerra, le ferite dell’odio, la rabbia impotente dell’ammucchiarsi insensato dei giorni. Del resto persino Dio, in qualche modo, è ammutolito di fronte ad Auschwitz e come ha affermato Adorno “La cultura e la stessa critica della cultura ad Auschwitz non sono altro che spazzatura”. Attualmente viviamo questo estremo paradosso di essere immersi in un mare magnum di stimoli, di informazioni, di notizie grazie ai mezzi informatici, ai musei, agli archivi, ai media, alla persino parossistica riproducibilità tecnica, però immersi in tantissimi ricordi ed in pochissima memoria, cioè poca capacità e strategia selettrice, scarsa riflessione critica rispetto a questo mare magnum di nozioni e informazioni. Quindi le distorsioni della memoria contribuiscono a produrre una sorta di imbarbarimento generale nelle relazioni interpersonali. Vi è un ricorso distorto alla memoria che in anni recenti ha condotto gli uomini del nostro tempo al conflitto etnico, alla ricerca di una impossibile e stupida purezza e superiorità razziale, ad un presunto conflitto di civiltà che assume sempre più, soprattutto dopo l’11’settembre, il sapore contraffatto di “una profezia che si autodetermina”, ”l’apparente visione che la guerra possa essere concepita come “giusta” e subentra l’oblio di chi predica la xenofobia, dimenticando colpevolmente, come capita nel nostro Paese, quando, tutti i giorni, gli Albanesi, i profughi, i fuggiaschi, gli emigrati, gli stranieri e i dannati della terra eravamo noi, i nostri genitori, le nostre nonne, i nostri nonni. Così finiamo per confondere le cause con gli effetti e attribuiamo ad un presunto odio ancestrale le guerre tra due popoli, dimenticandoci, al contrario, che sono appunto le guerre a generare e a perpetuare l’odio. Ormai viviamo solo nell’attimo e nelle emozioni, bruciando e spettacolarizzando notizie e informazioni senza mai trovare il tempo e l’occasione di farne reale esperienza, di risponderne con responsabilità, di farne bagaglio utile per il futuro, producendo invece indifferenza, banalizzazione e retorica. In una stagione che i sociologi definiscono in preda all’incertezza più totale, caratterizzata da una memoria ormai in frantumi, che fatica a gestire il proprio ieri, in funzione di un odio aperto al domani, rischia di diventare un’impresa fallimentare e persa in partenza la sfida, pur necessaria di educare alla memoria. Non tanto quella retorica e rassicurante che mira a conservare lo status quo o quella purificazione e riconciliazione delle memorie che pretende la cancellazione di quanto avvenuto, un rischio ben presente agli occhi del teologo Mendes nella sua elaborazione di una teologia politica credibile nel contesto della modernità, tanto da fargli ammettere: ”La memoria sembra essere una controfigura borghese della speranza”, che ci dispensa ingannevolmente dai rischi del futuro. Ci si riferisce alla memoria del buon tempo andato per cui il passato viene inevitabilmente letto come un paradiso incontestato, un asilo delle illusioni attuali, in tal modo il passato viene filtrato attraverso il clichè della iniquità e il ricordo si trasforma in falsa coscienza, il nostro ieri e in oppio, il nostro oggi. Ma esiste un’altra forma di memoria che ci provoca e attraverso cui le esperienze antiche irrompono nel mezzo della nostra vita, regalandoci intuizioni nuove per il presente. Scrive Mendes: “Memorie che perforano il canone dell’evidente comunemente recepite, sabotano in qualche modo le nostre strutture di plausibilità e in questo modo possiedono proprio dei tratti sovversivi. Dunque una memoria pericolosa ed eversiva, una memoria, quella cristiana non meno di quella ebraica, che contempla, in modo specifico, non tanto il ricordo di principi, idee, astrazioni, ma piuttosto rivive le storie, gli eventi, i fatti davvero accaduti, per cui la comunità che ne nasce si autodefinisce come una realtà narrativa e commemorativa: ecco la strategia del ricordo…quando è lecito pensare che il contrario di oblio non sia memoria, ma giustizia.

    Laura Tussi

  2. AUTOBIOGRAFIA PER ACCOMUNARE CULTURE E SUBCULTURE DIFFERENTI.
    LA COMPLESSITA’ INTROSPETTIVA
    Spazi e tempi di racconti in evoluzioni narrative.
    Le trame della narrazione.

    di LAURA TUSSI

    L’approccio biografico, in ambito sociologico, rimanda come scenario all’America degli anni ’20 e ‘30 con la Scuola di Chicago, la cui prassi veniva espletata tramite la raccolta di autobiografie relative al disagio urbano, con lo scopo di mettere in comunicazione culture e subculture diverse. La ricerca è supportata da interviste, testimonianze, schede autobiografiche. L’utilizzo delle storie di vita si trasforma in strumento d’indagine e di conoscenza autonomo, in una metodologia qualitativa con un’autonomia epistemologica di sfida scientifica dell’uso di storie di vita nell’assegnare alla soggettività un valore di conoscenza.
    La narrazione autoriflessiva racconta vicende che si svolgono nella prassi umana. La vita è praxis di rapporti sociali trasformati in struttura psicologica e narrativa. Il metodo biografico fa scaturire un’ingente potenzialità relazionale che rivoluziona l’impostazione tradizionale dell’analisi epistemologica, come l’interazione tra soggetto e ricercatore che si collocano attivamente nel contesto della ricerca e sono implicati nel processo riflessivo e metabletico.
    L’approccio autobiografico, nell’ambito delle scienze dell’educazione, diviene strumento di ricerca qualitativa perché si basa sulla soggettività, intesa come unicità e specificità. Con il pensiero della complessità, supportato dall’epistemologia sistemica, subentra la “qualità” come categoria significativa nella ricerca del metodo autobiografico, che diviene esperienza euristica ed insieme ermeneutica, in un approccio che si configura quale strumento, non solo di ricerca, ma anche di formazione. L’autoformazione derivante dalle esperienze di vita sono fondamenti del processo formativo. L’autoriflessione biografica è una modalità di apprendimento dall’autobiografia, perché permette di riscoprire se stessi tramite l’analisi di aspetti dell’esperienza troppo spesso relegati all’oblio. La pratica autoformativa del metodo narrativo costituisce un mezzo di autoriflessione e autoconoscenza quale ricostruzione e riedificazione della personale identità nella ricerca dei diversi sé del passato, grazie ad un consapevole ritorno interiore e autoriflessivo, tramite la narrazione di sé, con la possibilità di attribuire significato anche al presente, di esplicitare connessioni e rimandi del testo di una vita, per riformulare un progetto di sé. Il passato del vissuto personale trascorso non è sempre lineare e continuo, ma frammentario e discontinuo, per cui subentra la necessità di cogliere i nessi di interdipendenza o connessione, armonizzando la molteplicità dei diversi tempi di vita. Il sé, la vita, narrati dalla soggettività del narratore si declinano verso la ricerca di senso e significato nelle esperienze personali esplicate durante il rapporto tra uditore-ricercatore e soggetto-narratore, impegnati a ricercare un senso e costruire un significato dell’identità proiettata nelle tracce dei percorsi dell’autobiografia che permettono di ristrutturare immagini di sé destinate a mutare e formare, in modalità poliedriche, le polimorfe facce dell’identità personale. Il tentativo di ridefinizione e riconoscimento del sé come istanza dinamica nelle sue poliedriche sfaccettature, si genera nel racconto autobiografico, dando origine ad un’identità polimorfa, molteplice, errante, nomade, priva di stabilità e in grado di presentare svariate dimensioni. La molteplicità dell’identità non è da attribuire ad una istanza frammentaria di tipo patologico, ma ad un Io diviso nelle molteplici parti del suo sé, ovviando al rischio di disgregazione. Pur coesistendo diversi sé all’interno della psiche umana, rientra nei compiti dell’età adulta far fronte all’esperienza dell’incertezza nella difficoltà di identificarsi con le diverse parti, facendole coesistere. Il processo dell’autobiografismo tramite l’esplicazione narrativa può ingenerare processi cognitivi autoriflessivi che rendono espliciti i percorsi individuali di significazione cognitivo-emotiva della propria esperienza. La modalità di pensiero autocognitiva attiva una riflessione retrospettiva e organizzazionale a cui si combina un’attività cognitiva immaginaria e finzionale tramite cui il soggetto sviluppa una dimensione progettuale nel futuro, divenendo capace di costruire ed inventare uno spazio di vita proiettato in una dimensione futuribile. Il nesso indissolubile tra memoria e identità, tra autoriflessione e autobiografia mette in evidenza la memoria come realtà dinamica costruttiva, narrativa, tra oblio e ricordo, censure e rivelazioni, strutturata come un mosaico. L’autoriflessione biografica in età adulta favorisce un’articolazione flessibile della soggettività tramite la produzione narrativa.

    La pedagogia narrativa e il disagio adolescenziale

    La pedagogia narrativa e autobiografica (o della memoria retro-introspettiva) e l’insegnamento dialogico sono gli strumenti didattici ed educativi migliori per affrontare le problematiche preadolescenziali ed adolescenziali in cui gli insegnanti si trovano sempre coinvolti. La pedagogia della memoria e la didattica retrospettiva, inerente la propria autobiografia, è uno strumento ottimale anche per riconoscere il disagio nascosto in classe, e pur non essendo psicologia, questo strumento ha in parte la pretesa di cercare di sviscerare i problemi per metterli in discussione o comunque portarli alla coscienza. Ho approfondito anche a livello teorico gli argomenti inerenti il metodo autobiografico anche a livello di produzioni scritte.
    Infatti il sapere autobiografico ha una sua costruzione. Il sapere autobiografico, anche a livello scolastico, indica un modo di essere più che un’azione ed è modellato su conoscenze stabilite e cumulabili, con caratteristiche di centrazione e gerarchizzazione, quale intreccio fattuale e normativo che coinvolge, crea e utilizza simultaneamente sistemi di concettualizzazioni e di valori, tramite la possibilità di riscoprire con un lavoro di metacognizione, origini e radici esperienziali delle personali conoscenze e parti delle identità cognitive. La riflessione epistemologica sul proprio operato e studio, basata sul paradigma della complessità, valorizza e scopre il rapporto con il sapere costruito all’interno del progetto di laboratorio autobiografico, modellato su seduzioni e relazioni reali, appartenenti alla trama vitale ed al contesto pratico, quale sapere costruito, prodotto dall’esperienza con le cose e dalla relazione con noi stessi. La svolta epistemologica prevede la visione del sapere come un tutto che integra sistemi e livelli di conoscenza prima ritenuti delimitati da una metodologia parcellizzante e ipersemplificante. L’autobiografia quale metodo e percorso di conoscenza e di pratica attiva, trans o metadisciplinare, attraversa e unisce tutti i campi del sapere che hanno come punto focale il vivente e come trama organizzatrice la totalità autoorganizzantesi. La biografia è un processo ontogenetico e sociogenetico proprio del percorso evolutivo di un soggetto e della sua narrazione e diviene modello e non metodo. Un modello alternativo e concreto di conoscenza, di ricerca e formazione, perché non esiste un modello senza una dinamica epistemologica portatrice di una irriducibile complessità, specie relativa alla ricerca relativa alle storie di vita.
    L’autoformazione è tecnologia alternativa del dominio educativo, così come il metodo dell’intervista biografica è alternativa metodologica propria della ricerca sociale. La svolta epistemologica del modello autobiografico è passaggio dalla fiducia onnipotentistica dell’individuo tecnologico in concezione lineare, cumulativa e evolutivista. La formazione deve consistere in un saper fare. La logica della produzione si accorda male al legame della riflessione retrospettiva, quale autobiografia in quanto forma di conoscenza di sapere in senso non solo legittimo, ma anzi privilegiato. La categoria dell’autobiografico non è riducibile all’ideologia della formazione e nemmeno a pura e semplice metodologia, ma possibile istanza trans-formativa e motivazionale. Il processo di formazione tramite il metodo autobiografico diventa presa di coscienza per attivare un empowerment che scaturisce dalla scoperta di avere una tradizione, una storia, un’identità. L’epistemologia della critica in autobiografia, della comprensione e della riflessività è antidoto alla tecnologizzazione della formazione, quale pre-requisito per ogni forma di cambiamento istituzionale, anche in ricerca e in formazione, fino ad assumere connotati di dissidenza. Una importante istanza trans-formativa riscontrabile nel metodo autobiografico consiste nella ricerca di senso e significato, come la ricerca del bene, dell’identità, della conoscenza che diventano saggezza intesa come arte del vivere.
    Il percorso autobiografico attraversa plurimi significati, connotati di senso, simbolismi e trame che ogni storia di vita presenta, con sensi, emozioni, rimandi diversi oltre l’uso didascalico e pleonastico delle accezioni, con nessi profondi anche nella stasi, nei silenzi, nei non detti, in tutte le note marginali della nostra esistenza. Il pensiero narrativo interpreta la storia di vita come testo presente da decodificare, quale essere altro rispetto alla vita in sé e per sé, nella questione del significato aperto a potenziali de-costruzioni e ricostruzioni. Il circolo ermeneutico con la sua infinita e costitutiva ricorsività non è solo rappresentazione dell’esistenza, ma permette un discorso narrativo che costituisce e inventa la vita. Il modello autobiografico consiste in una pratica euristica che si esplica in pensiero narrativo e discorsivo, caratterizzato da intenzionalità, sensibilità al contesto, ragionamento analogico/metaforico, in un globale processo di costruzione di senso, quale concezione ultima dell’educare.

    La progettualità temporale delle storie di vita.

    Nel fare storia come ricerca delle ragioni di vicende trascorse e attuali nel passato, la narrazione si configura come un non possibile e non pensato del processo trasformativo della dimensione autobiografica del progetto quale topos educativo come costruttore di un disegno esistenziale. La storia di una vita è rifigurata quale incompiutezza narrativa di riconfigurazione di una trama di storie in nozioni di incompiutezza narrativa nell’incontro con le molteplicità e le rappresentazioni di sé tramite l’identità narrativa. Il riconoscimento delle molteplicità di narrazioni possibili del progetto autobiografico e biografico che disegna la forma dell’anticipazione del passato consiste nella costruzione dinamica del sentimento di identità. La storicità del progetto ha un potere mediatore tra lo spazio e il tempo dell’esperibilità nella tensione dialettica dell’immaginazione e della simbolizzazione del prevedere, progettare e pianificare. L’esperienza apicale del margine di libertà può reinventare e risignificare l’imprescindibilità della relazione significante e significativa tra storia passata e immaginata in autobiografie e progetti, vettori simbolizzanti che non si concludono e non si esauriscono nel racconto retrospettivo. I caratteri e i bisogni latenti di riconoscimento e riorientamento consistono in tensioni tra il già avvenuto e l’ancora da realizzarsi. La riappropriazione riorientata nella relazione tra progetto e storia narrata è una condizione di apprendimento permanente, per cui il soggetto si impegna in progetti di delucidazione ed emancipazione di ricerca del topos epistemologico e vitale del processo metabletico nel racconto autobiografico. La riflessione di significati di azioni e connessioni che disegnano questa forma di storia nella riattualizzazione di significato, senza perdersi nel cambiamento stesso, si rileva in prefigurazioni di sé, parti narrative soggettive ricercate in un’immagine credibile. Il progetto è occasione di esperibilità di un’incompiutezza intinseca alla storia del soggetto, nel senso di sostenibilità, prefigurabilità e praticabilità. Il soggetto vive l’esplorazione, premettendo una prefigurazione e una precomposizione reversibili, nella tolleranza all’ambiguità e all’attuazione di abilità di negoziazione rispetto a momenti di crisi o perdita intrinseci all’autobiografia-progetto, in cui il soggetto esperisce e apprende comportamenti erranti ed erratici.

    La creatività narrativa

    La valenza formativa della molteplicità minacciosa e disperdente, vitale e rigenerante di un incontro esistenzialmente significativo ed educativo, rivela molteplicità e occasioni di apprendimento e cambiamento. Reinventare e risignificare l’incontro con le molteplici narrazioni di sé del soggetto nel ruolo di autore e attore, nella sperimentazione di un’autorità come progetto è importante fattore di costruzione dell’identità personale del soggetto, quale creatore di azioni e di senso.
    L’identità narrativa rappresenta anche la potenzialità di interpretazione del senso della narrazione, nell’orizzonte temporale soggettivo, frammentario e multiforme, della riconfigurazione semantica nella ristrutturazione ricorsiva dei giochi della narrabilità di sé. L’identità narrante avvia l’atto narrativo significativo e significante, retrospettivo e progettuale, che incontra una possibilità, un’occasione di riconnettere nessi e logiche di senso nei ritmi e nelle forme della narrazione multidirezionale e multiritmica.

    La metodologia autobiografica
    Le relazioni d’ascolto nel racconto e le tecniche di ricognizione

    L’intervista è uno strumento di ricognizione autobiografica che presenta vincoli e possibilità ed è utilizzabile secondo vari intrecci di linguaggi e diversificazioni legate al lessico adottato, in modo funzionale e coerente al contesto interattivo, mettendo così in evidenza, nella fase narrativa, le caratteristiche dei soggetti e gli obiettivi del percorso finalizzato alla progettualità formativa.
    L’approccio autobiografico risulta adattabile e flessibile relativamente ai diversi contesti nel cui ambito viene espletato ed applicato, anche tramite l’utilizzo della tecnica dell’intervista a cui affidare la narrazione di sé e l’ascolto, da parte del ricercatore biografo, che raccoglie le esperienze dell’ascoltare e del raccontarsi nel progetto di revisione e nell’intero percorso di ricostruzione autobiografica. L’esperienza di narrazione di sé si rivela nella rivisitazione della personale vicenda di vita, per cui il soggetto autonarrantesi recupera in senso autobiografico la memoria su di sé e plurime memorie esistenziali che riattivano un metaforico viaggio nel passato da non intendersi come ripiegamento nostalgico e solipsistico inerente i tempi mitici delle oasi oniriche infantili. Le rivisitazioni autobiografiche, al contrario, riattualizzano il passato e lo rendono un bagaglio di ricordi attivi utilizzabili per agire meglio il presente ed il futuro, infatti durante il racconto il presente è interpretato e compreso dal ricercatore biografo alla luce delle tracce e delle trame dei ricordi passati. Le tracce e le trame intessute del racconto autobiografico sono frammenti di desideri, emozioni, esitazioni, parti esaltanti o squallide dell’esistenza, che aprono lo sguardo delle volute librantesi nel corso della narrazione alla riscoperta della progettualità futura

    Il disvelamento della narrazione

    L’autobiografia viene raccontata o scritta e dipanata nel rapporto conversazionale, ingenerando forme di riconoscimento, di autoapprendimento e autodisvelamento che permettono di costruire varie traiettorie di trame esistenziali, all’interno di un’alleanza con il narratore che aiuti a stabilire nessi ed interconnessioni tra gli indizi, gli eventi o i fatti descritti, con legami, interconnessioni che svelano il significato al disegno della trama esistenziale, di ricomponibilità interpretativa.
    L’apertura conoscitiva e trasformativa lenta e impercettibile è implicata nel gioco narrativo che ingenera potenzialità di rappresentazione, comprensione e risignificazione di eventi, contesti e relazioni all’interno dell’interazione dialogica tra ascoltatore/ricercatore e narratore/soggetto che condivide tempi e spazi dell’ascolto collaborativo, quale risorsa apprenditiva, nell’ambito della quale si realizza la possibilità per il soggetto di intrattenersi con se stesso, di ascoltare il mondo interiore, di raccontarsi nelle apicalità dell’incontro dialogico. Il soggetto di una storia di vita incompiuta, riscrivibile e reinterpretabile a partire dagli eventi, dagli incontri e dagli episodi della personale esistenza, nel racconto può accingersi al recupero, al ritrovamento di tratti, tracce, trame, segmenti salienti, continua apicali, momenti cruciali e di svolta della storia di vita narrata, individuando le figure significative, la ricomposizione e l’identificazione di momenti, incontri nella molteplicità di biografie che abitano interiormente ogni soggetto narrante, in molteplici interconnessioni. Gli intrecci delle biografie affettive, cognitive, professionali e desideriali, con l’esperienza del racconto e dell’ascolto producono conoscenza ed effetti trasformativi che suppliscono al problema dell’attribuzione di senso e significato alla trama narrativa, nel problema del senso di una vita sotto il tessuto del discorso biografico e con esso la ricerca di significatività nel passato, il nesso tra la continuità e la discontinuità delle biografie interne che hanno conosciuto momenti di vitalità, pause e arresti.
    La significatività pedagogica volta al ripensamento autobiografico avviene sia tramite l’ascolto monologico che l’ascolto dialogico, dinamiche relazionali che ingenerano nel soggetto apprendimento, a partire da se stesso come narratore e rievocatore da eventi di ricordi e apprendimento rimotivazionale, per il cambiamento, per la relazione. Nell’ambito del contesto narrativo del racconto, il soggetto riconsidera sé stesso, le esperienze implicite, il proprio percorso formativo, professionale e i grandi temi vitali con cui è stimolato a formulare considerazioni e riflessioni critiche autoreferenziali, al fine di far emergere la personale rappresentazione mentale della complessità di eventi, di significazioni, di situazioni nelle consuetudini del pensiero, di scelte e soluzioni, in un’elaborazione differita del contesto narrativo in trasformazioni cognitive ed operative. Nel racconto di sé si scompone e ricompone la propria storia, attribuendole voce tramite la narrazione evocativa, nella declinazione rimemorativa, a ritroso, di esigenze personali e formative, desideri, vocazioni e propensioni nella revisione di progetti di rimotivazione personale e professionale.
    L’incontro dialogico matura una nuova rappresentazione di sé, di ulteriori forme d’agire, di pensabilità, investimenti emotivi e stili relazionali, nel tempo della potenzialità, dell’ipotesi metabletica, dell’autoriflessività e trasformatività, nell’ascolto che offre la disponibilità decentrativa, alla problematizzazione e alla riconsiderazione critica di sé, di situazioni, scelte e responsabilità, riacquisendo capacità di autoascolto, autoanalisi, autocomprensione e autoapprendimento.

    L’approccio qualitativo.

    Il metodo autobiografico prevede delle tipologie di tecniche ricognitive: l’intervista aperta semistrutturata, non direttiva e in profondità, quali strumenti di ricognizione di vissuti motivazionali, cognitivi ed emotivi nella singolarità e unicità di ogni individuo, nel lavoro di scavo interiore e di autoriflessione, ricco di suggestioni e implicazioni autoformative. Le scansioni temporali ed emotive del raccontarsi del soggetto con il ricercatore, rivelano un rapporto comunicativo asimmetrico tra chi ascolta ed accoglie il racconto autobiografico e il narratore, per cui tale asimmetria si può mitigare facendo propri atteggiamenti interpersonali, atti e comportamenti comunicativi specifici. All’interno dell’interazione narrativa non è intenzione del biografo incasellare la storia di vita in una griglia già predisposta, ma riproporre suggestioni, stimoli generici, interazioni feconde, focalizzando la rivisitazione e ricostruzione narrativa. Nel percorso di ricomposizione e di esplorazione interpretativa, le soste del proprio racconto evidenziano aspetti diurni, ossia espliciti, di superficie, socializzabili, oppure notturni, vale a dire liminali, impliciti, onirici, che organizzano il tempo della narrazione secondo un filo cronologico di associazioni di idee e situazioni.

    Le modalità d’ascolto.

    L’accorgimento comunicativo nell’esercizio dell’ascolto e la rivisitazione delle vicende esistenziali, con la disponibilità a condividere parti di riflessioni autoformative e rivitalizzanti, pongono le premesse per una modalità di ascolto partecipativa ed attenta nel corso della quale sono comprensibili motivi di imbarazzo e diffidenza. La disposizione dell’intervistatore quale scoperta e curiosità stimola l’ascolto-racconto all’interno del setting autobiografico, nel sé autoapprenditivo e trasformativo. Le caratteristiche di un ascolto attento e attivo nel desiderio di comprensione degli atteggiamenti relativi al codice della comunicazione non verbale, ingenerano un processo di autoapprendimento trasformativo. L’universo di credenze, di valori, di miti personali, rivela la rappresentazione e la valutazione di eventi, incontri e scelte che costellano la storia di vita personale accettata e riconosciuta in sentimenti e reazioni di fastidio o disaccordo, che la soggettività esplicita in modo diretto attraverso i gesti, le posizioni discordanti dell’ascolto autentico. L’intervistatore non si confonde simbioticamente con la persona che si pone in autoosservazione e in atteggiamenti di riflessione di modi di pensare estereotipi, con un’attenzione autoreferenziale attenta a pensieri, sentimenti ed emozioni che aprono alla decentrazione e all’accettazione di ogni narrazione di cui non interessa la verità oggettiva, ma la significatività della narrazione.
    LAURA TUSSI
    Bibliografia

    AA.VV. (1995) Il lavoro di strada, Edizioni gruppo Abele, Torino
    Bertolini P. (1998) L’esistere pedagogico, La Nuova Italia, Firenze
    Bertolini P., Caronia L. (1993) Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee d’intervento, La Nuova Italia, Firenze
    Bruner J.S. (1992) La ricerca del significato per una psicologia culturale, Bollati Boringhieri, Torino
    Demetrio D. (1990) Educatori di Professione, La Nuova Italia, Firenze

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